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Lettere dal carcere

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2011.lettere.dal.carcere
Autore: Antonio Gramsci

Introduzione: Michela Murgia

Anno: 2011

Editrice: Einaudi

Il volto di Antonio Gramsci è un’icona pop con livelli di riconoscibilità pari o di poco inferiori a quelli.. di Che Guevara, di Marilyn Monroe e di Martin Luther King. Nessun altro filosofo al mondo, eccetto Marx, ha esercitato lo stesso fascino di lingua in lingua, seducendo quattro generazioni con il suo pensiero innovativo e con la forza di una dialettica così tagliente da aver colonizzato il linguaggio ben oltre l’area ideologica a cui voleva dare riferimenti. Espressioni come “intellettuale organico”, “egemonia culturale” e “ottimismo della volontà” – anche se non sempre usate propriamente rispetto al senso originario – fanno parte da tempo del linguaggio comune, giornalistico e televisivo. Eppure proprio questa sua progressiva trasformazione in monumento intellettuale rischia di rendere Nino Gramsci inavvicinabile alla passione di una ventenne o di un ventenne di oggi. Troppo ingombrante per approcciarlo senza timori reverenziali, il pensiero gramsciano finisce per essere sterilizzato dalla sua stessa importanza, il che danneggia Gramsci stesso, ridotto a santino laico tanto citato quanto poco letto, e contraddice l’umiltà rigorosa che lo portava a credersi “semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde e che non le baratta per niente al mondo”. Ma soprattutto danneggia i ventenni, privati ingiustamente dell’incontro con la teoria di un maestro robusto e con la vita di un clamoroso testimone civile.Queste lettere personali, quanto di più lontano dall’accademia filosofica si possa immaginare, sono un ottimo modo per fare la pace con l’uomo Gramsci, conoscerne la vivacità di spirito, la piacevolissima prosa, la rettitudine morale e l’esperienza sofferta di perseguitato politico. Mentre i parenti lo piangevano carcerato e il regime fascista lo credeva politicamente neutralizzato, Gramsci rivendicava il senso della sua prigionia come atto di lotta, rivelandosi capace di generare formidabili chiavi di lettura del mondo proprio dal luogo in cui il mondo lo voleva muto e monco. Con orgoglio lo ripete alla cognata che nelle lettere lo compativa: “Io non sono un afflitto che debba essere consolato, e non lo diverrò mai”. La vicenda biografica del carcere di Gramsci commuove, indigna e conquista al punto che, dopo questo approccio, avvicinarsi al suo pensiero più strutturato sembrerà il naturale proseguo di un’amicizia spontanea con un uomo speciale.

(Dall’introduzione di Michela Murgia)

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