Nell’anno del centenario dell’arresto di Antonio Gramsci, avvenuto a Roma l’8 novembre 1926 per opera della polizia fascista, in violazione dell’immunità parlamentare, l’Associazione Casa natale Gramsci di Ales promuove una serie di iniziative volte a stimolare una riflessione sul tema della detenzione, in particolare quella politica ovvero la privazione della libertà personale inflitta a individui per le loro idee, per il loro impegno politico o per la loro attività pubblica. Attraverso queste iniziative, l’Associazione intende mantenere viva la memoria di Gramsci e, al contempo, richiamare l’attenzione sul valore della libertà di pensiero, di espressione e di partecipazione politica come fondamento della vita democratica.
Da queste riflessioni nasce la mostra “Imprisoned minds”, che verrà inaugurata lunedì 14 settembre alle ore 19.30. La mostra, curata dalla dott.ssa Anna Adamowicz, raccoglie 11 manifesti realizzati da studenti e studentesse della Facoltà di Arti Grafiche dell’Accademia d’Arte di Stettino (Polonia) e si ispira, appunto, alla storia dell’arresto e della incarcerazione di Antonio Gramsci.
Tra le diverse espressioni dell’arte polacca nel mondo, è proprio il manifesto a svolgere un ruolo particolare. Il gioco intellettuale dell’immaginazione, la simbologia semplificata e il gesto pittorico dei progettisti del Novecento hanno posto le basi per la formazione di uno stile specifico e riconoscibile, noto come scuola polacca del manifesto. I giovani artisti che si avvicinano all’arte contemporanea del manifesto assimilano questo modo di progettare già dalle prime fasi della loro formazione: la tradizione del «raccontare attraverso il tratto e segnalare attraverso una macchia di colore» viene trasmessa alle generazioni successive.
Originariamente destinato a comunicare con un numero incalcolabile di destinatari nelle strade, il manifesto, nel contesto polacco, da quasi settant’anni occupa anche un posto d’onore nel Museo del Manifesto, la prima istituzione di questo tipo, inaugurata proprio a Varsavia. L’inserimento dei manifesti all’interno di un contesto istituzionale comporta, naturalmente, alcune difficoltà, soprattutto quando il tema affrontato riguarda una questione così delicata come l’incarcerazione politica.
Le immagini nate dalla riflessione su questo problema sono infatti al tempo stesso un’accusa e un monito, rivolti a un pubblico universale. I tempi cupi delle brutali repressioni politiche non appartengono affatto soltanto al passato. Il progressivo degrado della vita politica e le persistenti omissioni dei leader globali nel rispetto dei codici dei diritti umani avvicinano pericolosamente le società contemporanee alla necessità di porsi domande critiche sui limiti della libertà politica e personale. Oggi sono prigionieri politici gli attivisti per la causa palestinese, le persone LGBTQ+, gli esponenti dei movimenti ambientalisti. Si restringe il confine normativo che stabilisce quali comportamenti siano accettati dal sistema. La reclusione motivata dall’attività pubblica appare come un modo rapido ed efficace per mettere a tacere coloro che pensano, parlano o fanno qualcosa che non rientra nei paradigmi delle politiche nazionaliste e neofasciste.
Il responsabile dell’arresto di Antonio Gramsci, Benito Mussolini, ordinò personalmente di «metterne a tacere il cervello» per almeno vent’anni. È proprio questo gesto — il tentativo di silenziare e imprigionare una mente straordinaria — ad aver costituito il punto di partenza della riflessione degli studenti e delle studentesse del Dipartimento di Grafica dell’Accademia d’Arte di Stettino. Nella raccolta presentata troviamo esempi dell’uso del manifesto come «grido artistico», come nei manifesti-collage fotomontati, estremamente espressivi e intrisi di pathos eroico, di Alicja Gmitrzuk, Milena Skoczyńska, Lena Żmuda-Trzebiatowska e Magdalena Bogutyn.
L’essenzialità della forma, il pensiero grafico sintetico e l’impiego di una simbologia concisa, sebbene non di rado drammatica, tipici della scuola polacca del manifesto, caratterizzano le opere di Amelia Celebucka, Jagoda R. Trębacz, Julia Anna Żmuda e Rozalia Gąsiorek.
Momengh_Mugi e Zofia Grąbczewska, ricorrendo a una simbologia politica ben nota, instaurano un dialogo con i leggendari autori di manifesti antifascisti John Heartfield e Tadeusz Trepkowski, per ricordare al pubblico contemporaneo le devastazioni provocate dal fascismo e ammonire che la minaccia non è ancora scomparsa.
Cezary Bęgowski, invece, si richiama alle tradizioni estetiche di Jan Lenica e Józef Moroszczak, presentando un’opera essenzialmente pittorica. A conferirle la forma del manifesto è una delle citazioni più note di Antonio Gramsci, «Odio gli indifferenti», che accusa coloro che, di fronte alla minaccia, non intraprendono alcuna azione, contribuendo così alla sofferenza e alla tragedia di altri, i quali hanno trovato in sé la volontà e il coraggio di opporsi.
L’orientamento verso la Sardegna non è una scelta ovvia né naturale per i giovani artisti grafici polacchi. Eppure, si scopre che la combinazione tra la tradizione polacca del manifesto e la storia sarda della memoria sociale offre lo spunto per una riconfigurazione critica ed efficace delle problematiche della contemporaneità, sia per gli studenti e le studentesse partecipanti alla mostra sia per il pubblico.
Il manifesto – diretto, accessibile e presente nello spazio pubblico – permette di tradurre problemi filosofici e politici complessi nel linguaggio dell’immagine.
La storia di Gramsci dimostra che il tentativo di “mettere a tacere una mente” può non raggiungere il risultato desiderato. Il suo pensiero, espresso tra l’altro nei “Quaderni del carcere” e nelle “Lettere dal carcere”, continua ancora oggi a ispirare nuove generazioni.
La locandina